#prayforItaly

Buonasera lettori!
Scusate l’assenza, ed il mio essere saltuaria- ormai sembra che il chiedervi scusa sia il mio marchio.
Ma eccomi di nuovo qui, e questa volta in modo diverso.
Sappiamo tutti la tragedia che è avvenuta ad Amatrice, e questo è come un tributo da parte mia, verso tutte le vittime.
Buona lettura!
14m7t51

Alice

Stavo rannicchiata in un angolo della mia stanza, vedevo le pareti crollare sopra di me.
I pilastri stavano cedendo, le mura, i vetri delle finestre a pezzi.
Avevo colto il rumore ancor prima che la devastazione avvenisse.
Il lampadario aveva incominciato ad agitarsi vorticosamente.
Le mensole cadevano, una ad una, quasi giocassero a domino.
Mi ero impaurita.
Piangevo.
Cercai di uscire dalla mia stanza, ma qualcosa al di fuori  bloccava la porta.
Pensai che quella sarebbe stata la mia fine.
Urlai. Urlai sempre di più.
Ma nessuno arrivava.
Non c’era nessuno che avrebbe potuto salvarmi.
Mi rassegnai all’idea che quelli sarebbero stati i miei ultimi attimi di vita.
Era possibile? Avevo solo venti anni.
Avrei dovuto avere una vita davanti.
Avrei dovuto finire i miei studi, sposarmi, formare una famiglia, avere tanti figli, crescere, invecchiare, con mio marito al mio fianco.
L’avrei accudito quando sarebbe stato male, e lui avrebbe accudito me.
Ci saremmo amati sempre e per sempre.
Era così che immaginavo la mia vita.
Tenere in braccio il mio primo figlio e pensare che non ci sarebbe stata gioia migliore al mondo.
Educarlo. Insegnargli a camminare. A correre, a giocare.
Gli avrei comprato la sua prima bici.
Avrei ballato con lui ai suoi diciott’anni, come mio padre ballò ai miei.
Mi sembrava tutto un’ illusione. Una mera utopia.
Mi accasciai a terra, immobile.
La testa appoggiata alle ginocchia.
Piansi, piansi tutte le lacrime che avevo in corpo.
Pensai a mia madre e a mio padre.
Al litigio avvenuto poco prima a cena.
Vi voglio bene, pensai.
Avrei tanto voluto dirglielo, invece di urlare loro contro.
Non mi comprendevano, mi sgridavano quando sbagliavo, ma non per questo avrei dovuto dir loro quelle parole.
Vi odio. Non era vero, e lo sapevano anche loro.
Era finita lì, senza chieder loro perdono.
Perché me l’avevano già dato, senza che proferissi parola.
Mi diressi in camera mia, ancora crucciata, e chiusi la porta alle mie spalle.
Vi voglio bene. Avrei voluto dirlo.
Avrei voluto urlarlo.
Loro dovevano saperlo.
Avrebbero dovuto saperlo, prima..
Continuai a piangere.
I miei pensieri si rivolsero ai miei fratelli.
Ti ricordi quella volta che ti lamentasti delle tue cuffiette rotte? Eh Lele?
Sono stata io. Mi dispiace così tanto.
Ma non ce l’hai con me vero?
Pace fatta?
Lacrime amare sgorgavano dai miei occhi, imperterrite.
Il piccolo di casa dormiva nella stanza accanto alla mia.
Era andato a letto sorridente.
Un po’ prima delle altre volte, per abituarsi agli orari scolastici.
Piccolo mio.
Nacque quando io avevo tredici anni e a causa del lavoro che facevano i miei, toccava a me occuparmi di lui.
Prima di addormentarsi gli raccontai la storia di Peter Pan.
Avrei voluto stringerlo ancora un altro po’.
Non può essere possibile.
Perché? Perché a me?
Perché a noi?

Piansi.
Non riuscii più a fermare le lacrime, interrotte solo dai miei singhiozzi.
Chiusi gli occhi, sperando che tutto ciò finisse.
Sperando che fosse tutto un incubo.
Ma li riaprii.
Il pavimento stava crollando.
Avevo la testa che mi faceva male.
Mi toccai la fronte e mi accorsi di perdere sangue.
E’ arrivata davvero la mia fine?
Ti amo, amore mio.
Stavolta i miei pensieri erano rivolti solo a lui.
La nostra era una delle più belle storie d’amore.
La distanza non ci permetteva di vederci tutti i giorni.
Io sono di Amatrice, lui invece di Milano.
Ma non per questo ci affliggevamo:
certo, non tutto era rose e fiori, a tutti capitano i momenti-no, ma il nostro amore si rafforzava sempre di più.
Ci saremmo dovuti vedere tra due settimane.
Ciao amore mio.
La testa continuava a farmi male.
Avevo la vista annebbiata.
D’un tratto chiusi gli occhi, avevo un inspiegabile sonno.
Mi costrinsi a riaprirli.
Non potevo. Non dovevo addormentarmi.
La testa continuava a farmi male.
Non vedevo più nulla.
Sentii il pavimento crollare sotto di me.
Sono Alice.
Questa è la mia storia.
Una storia mai raccontata.
Avevo una famiglia, avevo degli amici, un fidanzato.
Adesso è andato tutto perduto.
Ma non piangete per me.
In fin dei conti ho vissuto la mia vita appieno.
Non mi pento di nulla.
Questa è la mia storia.
E ci sono tante altre storie mai raccontate.
Pregate per me.
Io lo farò per voi.

Debbi96

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Newstory – 4° Capitolo

Vanilla and Cherries

Fammi vedere quanto puoi essere importante.
Le sue parole gli risuonavano ancora nella mente.
Era rimasto stordito, sentiva ancora il suo profumo sotto al naso.
Sapeva di vaniglia e ciliege.
Era un profumo intenso e sensuale.
E quello sguardo.
Non riusciva a toglierselo dalla mente. Continue reading “Newstory – 4° Capitolo”

Newstory- 2° Capitolo

Eyes

« Avanti!»
La segretaria indossava un abito rosso, eccentrico per stare solo dietro una scrivania, pensò Alice. « Il Signor McCharty, signorina».
Aveva imparato a chiamarla così sin dal primo giorno.
Alice odiava sentirsi chiamare signora, le sapeva tanto di anzianità, e lei non lo era.
Aveva solo trent’ anni, per diamine! Continue reading “Newstory- 2° Capitolo”