Alone.

Alone.

Rilessi tutte quelle lettere, una ad una, inspirai quella puzza di vecchio, ma sapeva tanto di casa, sapeva tanto di amore.
Lei se ne era andata e non avrei mai potuto farci nulla .
Piansi, piansi così tanto che forse Dio volle farmi compagnia, mandando la pioggia quel pomeriggio. Le nubi oscuravano il sole, ogni goccia scivolava lenta sui tetti delle case, battendo forte sui vetri delle finestre, bagnando le strade e le macchine.
Posai le lettere sul comodino e mi avvicinai alla porta-finestra, la spalancai, uscii sul balcone, e lasciai che le gocce di pioggia mi sfiorassero, mi entrassero dentro, scivolassero sul mio corpo, bagnando ogni parte di me, e nemmeno mi accorsi di star singhiozzando dal troppo pianto, le mie lacrime si mischiarono con la pioggia e non mi importava che avrei preso ben presto un raffreddore se non sarei rientrato subito dentro, non mi importava proprio niente. La volevo di nuovo.
La volevo di nuovo con me, e avrei fatto di tutto pur di riaverla, avrei davvero fatto di tutto.
Mi accasciai in ginocchio, per terra, e mi vennero in mente tutti quei ricordi.
Ricordi di me e di lei. Di noi due, insieme.
Ripensai alla prima volta che ci incontrammo:  eravamo due bambini, portava i capelli a caschetto e la frangetta proprio sopra i suoi due occhioni color cioccolato.
L’amai dal primo momento.
Da quando vidi per la prima volta quel sorriso, e quelle labbra sempre tirate all’insù.
Era piena di vitalità, non ricordo di averla mai vista piangere, era forte.
Era davvero, davvero forte.
E lo si notava da come amava vivere, anche con addosso il peso della sua malattia.
Lei voleva vivere, godere ogni attimo di quell’ assurda vita che pian piano la stava prosciugando.
Io non ero un ragazzo serio, oh non ero neppure felice, sebbene le balordaggini che riempivano le mie giornate. Ma mi accorsi, quando la conobbi, che non tutto era sempre rose e fiori, che la vita era anche fatta di scelte, e che non sarei rimasto un ragazzino per sempre.
Sebbene la strana storia di Peter Pan mi avesse sempre affascinato, io sarei dovuto diventare un adulto.
La mia piccola mi insegnò così tante cose.
Fece cambiare il modo in cui vedevo il mondo, e dal suo punto di vista era davvero bello. Io avevo sempre pensato che fosse tutto solo guerra e disperazione, e mi infuriavo con Dio, o qualunque altra persona ci fosse lassù, per aver creato tanto disprezzo, tanto odio. Lo imprecavo, perché Lui aveva fatto divorziare i miei genitori, e morire mio nonno.
Mio nonno era l’unica persona di cui mi fidavo davvero. Era stato lui a crescermi quando ormai i miei genitori avevano altre e troppe cose da fare, invece di curarsi di me e di mia sorella.
Ma poi incontrai lei. Nel periodo più buio della mia vita.
Forse Dio mi volle donare un Angelo, per farmi cambiare e quando capì che ero pronto se le era portato via.
Il punto è che io non ero affatto pronto. Il punto è che io l’amavo alla follia.
Avrei voluto stare con lei per sempre, o per lo meno, finché la morte non ci avrebbe separato.
Risi. In fondo è così che è stato.
Quando si confidò con me, dicendomi di essere malata, di soffrire di leucemia, tutto il mio mondo cadde a pezzi.
Tutto ciò che mi ero costruito, tutte le idee che mi ero fatto e i progetti futuri ai quali aspiravo.
Tutto era infranto.
Piangemmo insieme quella notte.
Su quello stesso balcone sul quale piangevo ancora, ma da solo.
E’ così che doveva essere, sarei rimasto solo, per sempre.
Durante il periodo che fummo stati insieme fino al giorno della sua morte, le sono sempre stato accanto, e per dimostrarle il mio amore le chiesi di sposarmi.
Ricordo l’immenso sorriso sul suo volto, le lacrime agli occhi per la gioia, e quelle morbide labbra che pronunciarono un flebile “si”.
Lei era tutta la mia vita, ed un pezzo di me se ne era andato con lei.
Il giorno del matrimonio non pensai a cosa sarebbe successo dopo, alle conseguenze della nostra scelta, ma solo a noi due e al nostro amore.
Tanto perfetto quanto immenso.
Non ci fu mai un giorno in cui litigammo, se non pensiamo alla discussione avvenuta su quale colore dipingere la cameretta, o al fatto che premevo sempre il tubo del dentifricio dal lato opposto, o a quando mi obbligò a lavare i panni con scarso successo, visto il fatto che da quel giorno indossai solo mutande rosa scolorite.
Amava cucinare.
Non c’era giorno in cui non preparava un pranzetto coi fiocchi, e una torta diversa ogni pomeriggio, tant’è che mi domandai spesso se il suo intento era farmi ingrassare per poi mangiarmi come fece la strega di Hansel e Gretel.
I suoi fiori preferiti erano le primule.
Non ho mai capito il perché, io li ho sempre considerati dei fiori senza alcuna importanza, ma era talmente inutile dirglielo dopo che invase il balcone di ogni tipo di primule, dal color rosso al giallo, dal blu al bianco.
Amava molto anche scrivere, e trovava romantiche le lettere.
Ogni giorno me ne scriveva una, e se non aveva nulla da raccontare scriveva solo un “ Caro amore, ti amo.”, e non vi nascondo che quella per me era una delle mie lettere preferite dopo “ Caro amore, mi manchi. Non vedo l’ora di tornare a casa e riempirci di coccole, appena torno ho una sorpresa da darti. Spero ne rimarrai felice.
Ti amo. Alice”
Era spuntato il sole. Ero stato così tanto tempo a ripensare a noi, che non mi accorsi dei due piccoli occhioni che mi scrutavano da lontano. Eccola lì, quella che nella lettera chiama “sorpresa”.
Primrose  mi guardò timida, le sue guance si dipinsero di rosso appena si accorse che l’avevo vista. Le sorrisi andandole incontro.
– Piccola, cosa c’è? –  le domandai
– Papà, stavi ancora pensando alla mamma? –
– Si – ammisi con un velo di malinconia
– La mamma era bella? –  mi chiese dopo un attimo di silenzio
– Bellissima –
– E l’amavi? –
– Tanto –  abbozzai un leggero sorriso
– Papà? –
– Si? –
– Anche io ti amo come ti amava la mamma! –
A quelle parole scoppiai a piangere, e la strinsi forte a me
– Ti amo anche io Prim, tanto – le sussurrai all’orecchio, inspirando il suo dolce profumo, proprio come quello di Alice.
In fin dei conti, non mi aveva lasciato solo.

 

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